Crea sito

RIBELLARSI E RIBELLARSI ANCORA, FINCHÉ GLI AGNELLI DIVENTERANNO LEONI!

- ROBIN HOOD -

 ESCAPE='HTML'

La Compagnia

ARCIERI DEI DUE MONDI - 11 ASSI - 

nasce a Spoleto (PG) nell'anno 2011

 

Oltre alla partecipazione a gare e rievocazioni storiche tramite i propri associati, organizza incontri, gare e corsi di tiro con l'arco.

 

- San Sebastiano patrono degli Arcieri -
  

INFORMAZIONI e TESSERAMENTO FITAST

"Fish, Archery, Soft-Air", Corso Flaminio n.129 - S.Giacomo - Spoleto (PG)

Tel.: 0743/420646  Email [email protected]

Cell.: 393/0342651 - Gran Maestro della Compagnia Arcieri

Antonio Mattiangeli -

Cell.: 338/9838669 - Sorella Sergente e Magister Artifex in Sagittis et Arcus

Rosella Casini -

E-mail: [email protected] - [email protected]

Sito Web: Arcieri dei Due Mondi - Compagnia 2 Mondi di Spoleto

Facebook: Arcieri dei Due Mondi - Arcieri 2 Mondi FITAST

Google+: Arcieri dei Due Mondi

Sito Web: Federazione Italiana Arcieri Medievale con Arco Storico e Tradizionale


CAMPO DI TIRO PER LE ESERCITAZIONI

"Fish, Archery, Soft-Air"

Corso Flaminio, 129

Loc. San Giacomo - SPOLETO -

+

Loc. Pontebari - SPOLETO -

 ESCAPE='HTML'

FEDERAZIONE ITALIANA ARCO STORICO E TRADIZIONE

 ESCAPE='HTML'
 ESCAPE='HTML'

KYUDO: la Via dell'Arco nell'Arte della Guerra

 ESCAPE='HTML'

Circa duemilatrecento anni fa, nella regione che corrisponde all'odierna Cina settentrionale, un gruppo di generali mise per la prima volta in forma scritta la sua saggezza collettiva.

Tale testo avrebbe modellato il pensiero strategico di tutta l'Asia Orientale secondo una prospettiva radicalmente nuova in grado di portare alla vittoria senza combattere.

Noto in Occidente come l'Arte della Guerra, tale testo in Cina è tuttora chiamato Sun Tzu, dal nome del patriarca di quella stirpe di militari. Il Sun Tzu, è diventato un manuale per tutti colori che desiderano cambiare il proprio modo di affrontare i conflitti, siano guerre, contese in affari o semplicemente questioni di vita quotidiana. Gli uomini e le donne, sono i guerrieri moderni in cui credono profondamente negli insegnamenti del Sun Tzu, convinti che la sua antica saggezza conservi ancora oggi intatte le sue virtù. Il testo insegna come conquistare senza aggredire, in un conflitto esteso o limitato, personale o nazionale.

Perciò, ottenere cento vittorie in cento battaglie non è prova di suprema abilità.

Sottomettere l'esercito nemico senza combattere è prova di suprema abilità.

La saggezza di questo libro nasce da una profonda conoscenza dell'essere umano, cui tutti noi possiamo entrare. Il conflitto è componente integrante della vita umana, si trova dentro di noi e intorno a noi. Talvolta riusciamo abilmente a evitarlo, ma altre volte dobbiamo affrontarlo direttamente. Il filosofo Ralph Waldo Emerson, ci ha donato questo profondo pensiero per farci vedere un lato diverso del significato della parola "Guerra": 

La guerra educa i sensi, chiama in azione la volontà, perfeziona la costituzione fisica, porta gli uomini in una collisione così lesta e ravvicinata nei momenti critici, che l'uomo misura l'uomo.

LA GUERRA CREA STRANI CONTRASTI: uomini che, da feroci assassini di altri esseri umani, ne diventano in un batter d'occhio i soccorritori; soldati che, di fronte a un ferito (spesso nemico), si trasformano in angeli di misericordia. Talvolta l'istinto di uccidere e l'instinto di salvare corrono sullo stesso binario. - dal libro D-DAY dello scrittore Stephen E. Ambrose -

Molti di noi hanno verificato il potere distruttivo insito nell'aggressione, sia personalmente, sia nei disastri prodotti dai conflitti armati, e anche i limiti di gran parte delle risposte politiche e personali a tali aggressioni. Come gestire tutto ciò in modo più incisivo ed efficace?

Il Sun Tzu consiglia con saggezza che la risposta al conflitto inizi dalla conoscenza di noi stessi e degli altri. Comprendere ed essere informato di quali siano le nostre forze quando sono al massimo, ma prende forma da qualcosa di molto più intimo, dalla conoscenza della nostra mente. Per raggiungere questo obiettivo si possono utilizzare pratiche contemplative.

Mente e Corpo, in una unica vera arma per difendersi da attacchi ostili esterni ed interni nella nostra società. Un libro, in cui mostra ad ogni pagina, come gestire il conflitto sia nel nostro intimo, sia all'esterno di noi stessi. Un Saggio consiglio voglio donarvi a voi visitatori che state esplorando queste pagine, è di leggere il libro: SUN TZU - l'Arte della Guerra -

E così, nelle operazioni militari:

Se conosci il nemico e conosci te stesso,

Nemmeno in cento battaglie ti troverai in pericolo.

Se non conosci il nemico ma conosci te stesso,

Le tue possibilità di vittoria sono pari a quelle di sconfitta.

Se non conosci né il nemico né te stesso,

Ogni battaglia significherà per te sconfitta certa.

Il Samurai

 ESCAPE='HTML'

I Samurai dell'Antico Impero feudale Giapponese, venivano addestrati nell'uso di armi offensive e difensive, utilizzate durante le campagne militari o nella difesa dei propri territori.

Spada, Arco e Lancia ed ogni arma, aveva il suo addestramento, una sua disciplina che entrava nello spirito del nobile soldato giapponese. Un vecchio samurai scrisse alcune regole per la propria classe, che costituiscono un vero e proprio"codice" dei guerrieri.

Tutto è possibile quando sei deciso.

Sii rispettoso e gentile ma mai indeciso e timido.

Il coraggio sovrasta tutto.

Non risparmiare gli speroni, neppure quando il cavallo è al galoppo.

La vita di un uomo finisce, ma il suo nome rimane.

Metti una pelle di cane dentro la casa, ma di tigre fuori.

L'oro e l'argento si possono trovare sempre,

ma non sempre si trova un uomo buono o la verità.

Cercare informazioni anche quando sei informato è cortesia,

cercare informazioni quando non sei informato è saggezza.

I Samurai, consideravano l'arco come la spada, armi che simboleggiavano il loro grado sociale e quindi di appartenenza ad una famiglia di origine nobile.

Diventare un Arciere in Giappone, significava far parte di una dell'élite nell'esercito imperiale. L'arco era considerato uno strumento importantissimo per l'educazione dei giovani nobili. Costoro, una volta cresciuti, avrebbero dovuto costituire i manipoli degli eserciti, con compiti di prima linea nell'avanzata dell'intero esercito. Occupare rapidamente le postazioni e trincee davanti al nemico, prendendo parte con coraggio e determinazione, nello scontro con il nemico. I primi soldati dell'esercito giapponese feudale, ad entrare in conflitto con il nemico, sacrificando la propria vita con onore e fedeltà, mantenendo ferma la clessidra del tempo, fino all'arrivo dell'intero esercito imperiale, trasformando un pugno di uomini, in un drago in cui diffonde nel cuore e nell'anima degli uomini, la saggezza e l'equilibrio della vita - Jin e Jang - .

L'arte nell'usare l'arco, veniva praticata anche in tempo di pace

L'identià del Samurai, nasce e matura nel corso di almeno quattrocento anni di lento sviluppo tecnico e culturale, con la parola bushido (la "via del guerriero"), il codice di comportamento che regola la vita e le azioni soldati del Giappone medievale.

Il bushido ha come punta di diamante sei principi fondamentali, che devono, in ogni occasione, regolare la vita del Samurai: senso del dovere; determinazione; generosità; fermezza d'animo; magnanimità; umanità. Altri ideali e valori profondi dell'animo nobile del guerriero giapponese: giustizia; cortesia; sincerità; saggezza; valore; benevolenza; forza; ordine e disciplina.

Infatti, la libertà senza ordine e disciplina significa dissoluzione e catastrofe.

Esso è, quindi, una sorta di codice cavalleresco, che somma i suoi obblighi di tipo etico a quelli contrattuali che, attraverso un rapporto di vassallaggio, legano il Samurai al proprio Signore.

L'ideale etico successivamente incorporato nel bushido si rifletteva anche nella condotta militare del Samurai. Fino al sanguinoso periodo degli stati guerrieri (metà del XV secolo), la guerra in Giappone era combattuta essenzialmente da cavalieri (talora appiedati), impegnati in una serie di duelli personali, quasi sempre combattuti con l'arco. Gli archi, lunghi anche più di due metri, erano di tipi composito, realizzati con lamine di legno o canne di bambù e corde impregnate di un misto di olio e resina di pino per accrescerne la robustezza.

L'arco possedeva una caratteristica forma asimmetrica, per consentirne un uso più agevole stando in sella. I cavalieri erano, inoltre, armati di una spada lunga e una spada corta.

La coppia di spade, sono il simbolo "ufficiale" della classe dei Samurai a partire dal periodo Tokugawa. I Samurai, nel corso delle campagne militari, diventarono una forza d'urto armata, sopratutto, di spade e lance, confrontabili alla cavalleria europea. Il Samurai, assunesero caratteri di una fanteria montata, dotata di notevole mobilità e in grado di svolgere anche compiti perlustrativi, staffeta, e inseguimento del nemico. L'esercito imperiale giapponese, era formato da unità di fanteria leggera, cavalleria pesante, arcieri a piedi e a cavallo e lanceri a cavallo, oltre alle truppe di sfondamento, appiedate e armate di pesante spade a due mani.

 ESCAPE='HTML'

Il Samurai, prima di impugnare l'arco ed imparare le tecniche militari per poter usare con precisione ed efficacia ogni tiro di freccia, diventando così un cecchino dell'esercito imperiale, deve percorrere un cammino di preparazione fisica e spirituale raggiungendo la perfezione.

Questa arte marziale giapponese, chiamata con la parola:

Kyudo significa letteralmente la Via dell'Arco. Il suo obiettivo principale è di raggiungere la purezza interiore di Verità, Bontà, Bellezza e questi tre elementi li troviamo nella frase Shin Zen Bi. Una frase dove il Samurai trovava rifugio nel caos della società degli uomini...diventando parte della natura, dove ogni essere vivente donava al nobile soldato, la forza nell'affrontare battaglie e vincerle con la saggezza delle sue armi perchè prima di impiegare ogni azione, il suo spirito raggiungeva la purezza nella fede e nel coraggio nell'abbracciare la morte con un Cuor di Leone e quella filosifia chiamata Bushido, che per secoli ha formato la fugura del samirai.

Il nobile soldato dell'esercito imperiale giapponese, per comprender e maturare sotto ogni aspetto nell'arte del Kyudo, deve cercare nel suo animo profondo quell'armonia che unisce lo yin e lo Yang. È l'oscurità, la calma, ciò che è nascosto. Sei modi di muoversi. Sei modi di essere e di cambiare. Questi poteri del mondo naturale sono i poteri del generale abile, appartengono all'esercito vittorioso.

Chi può resistere al vento o chi può smuovere una montagna?

La saggezza del filosofo e generale Sun Tzu, dona a noi quella conoscenza in cui ci mostra i sei aspetti fondamentali per ottenere una vittoria sul nemico e in ogni oscaolo che troviamo durante il nostro lungo cammino della vita.

E così sii -
Sei Veloce come il vento,
Lento come una foresta,
Assali e devasta come il fuoco,
Sii immobile come una montagna,
Misterioso come lo yin.
Rapido come il tuono.

L'arciere Samurai, ha tre obiettivi fondamentali per imparare l'arte del Kyudo.


Il primo passo si trova nella parola Shin, che significa Verità. Liberare i pensieri negativi che soffocano quelle virtù che si trovano nel Bushido - la via del guerriero -, e raccogliere la fede nel cuore per vedere oltre i nostro sguardi, oltre ciò che la società dona quell'aspetto materiale ed inquina l'aria intorno allo spirito del Samurai. Lo spirito del soldato giapponese, è aperto nella mente e nel corpo, libero da qualsiasi catene per diffondere una forza divina, per comprendere ogni elemento della natura e far si che diventano alleati fedeli ad ogni suo comando. Questo pensiero lo troviamo nella parola Mushin, significa: "senza mente".

Il pensiero ostacola la natura e ostruisce la vera funzione. Non pensare, non agire; segui i movimenti della natura e il sé scomparirà. In assenza di sé non avrai avversari né in cielo né in terra.Non appena si manifesta anche un minimo pensiero cosciente, volontà e progetto ti separano dalla Via naturale. Vedi te stesso e gli altri come entità separate, come avversari. Mushin è agire in accordo con la natura, nient’altro." Questo brano è tratto dal Neko No Myojutsu - Le meravigliose tecniche del Vecchio Gatto - del samurai Niwa Jurozaemon Tadaaki, del feudo di Sekiyado. Egli, aveva una conoscenza profonda e saggia dell'arte della spada lunga chiamata Katana ma che comprendeva anche l'uso dell'arco lungo giapponese.

La sua filosofia di vita, era dedicata non solo ai doveri che ricopriva la figura del samurai ma anche lo studio delle religioni con una profonda cultura sul Buddhismo, il Confucianesimo, il Taoismo e lo Shintoismo; inoltre, sembra che avesse familiarità con le opere di Musashi e del monaco Takuan. Insegna, che la fede è quel manuale ricco di saggezza spirituale per comprendere e fare buono uso nelle arti marziali e quindi nell'"arte della guerra".


L'arciere non deve offuscare la mente con pensieri terreni, ma cercare nella fede e nel coraggio, la forza di iniziare un viaggio che lo porterà alla vittoria in ogni situazione della vita, nella società e nel campo di battaglia. Concentrazione ad ogni bersaglio nell'individuare i punti deboli dell'avversaio e con estrema precisione, scoccare la freccia in cui dono porterà solo morte - una freccia una vita - quel soffio del drago che ha il potere di cambiare le sorte di una guerra. Il samurai, in ogni scontro con il nemico, non aveva importanza se rimaneva in piedi o al galoppo su un cavallo, perchè ad ogni colpo di spada, ad ogni feccia scoccata, aveva una calma interiore ed una concentrazione spirituale divina all'interno del caos della battaglia, che ad ogni sua azione eroica, portava la morte nel nome dei propri ideali e filosofia di vita. Naturalmente, ogni arciere sapeva motlo bene, che ad ogni freccia scoccata dal proprio arco, rappresentava la propria personalità ed è per questo esiste la meditazione definita l'essenza dell'anima e da qui troviamo la parola Zen. Siamo sempre noi, nel determinare la Verità di quel tiro e se troviamo pensieri oscuri che tormentano la mente, allora ci allontiamo dalla Verità, dal nostro bersaglio ma se ci avviciniamo alla Fede e alla calma interiore, allora possiamo vedere in noi stessi la Verità e con essa ad scoccata di freccia, raggiungerà il bersaglio.

Il secondo passo è lo Zen - la bontà -. I Samurai non hanno motivi per comportarsi in maniera crudele, non hanno bisogno di mostrare la propria forza. Un Samurai è gentile anche con i nemici. Senza tale dimostrazione di rispetto esteriore un uomo è poco più di un animale.

Il Samurai è rispettato non solo per la sua forza in battaglia ma anche per come interagisce con gli altri uomini.Tutto questo alla ricerca dell'Armonia che unendosi con lo Shin - la Verità -, nasce e si pefezione il terzo passo del Kyudo, che rappresenta la Bellezza - Bi -, e ciò che è bello appaga i sensi. La sua conquista è la meta suprema di tutte le arti.

È la forma della Verità espressa nell’applicazione del Bene.

Nel tiro con l’arco giapponese, prendendo l’arco come la principale incarnazione dell’estetica e della bellezza spirituale, queste qualità sono espresse per mezzo del tiro cerimoniale (Sharei), le cui limitazioni formali richiedono tale espressione, e la cui maestà viene combinata con lo spirito di Shintaishuusen (armonia in tutti i movimenti) in cui le movenze, armonizzate con una calma presenza della mente, operano insieme ritmicamente per stimolare il nostro senso del bello. Nel tiro con l'arco lungo giapponese, devono essere presenti sia la tecnica sia la forma cerimoniale così che, quando esse diventano una cosa sola, “la Verità, la Bontà e la Bellezza (Shin Zen Bi) si manifestano con l’‘espressione’ del tiro, che giunge a velocità della folgore da uno stato mentale puro, senza malvagità”.

"Bisogna mirare oltre il bersaglio, la nostra vita, il nostro spirito volano con la freccia.

La freccia è rilasciata come il dischiudersi di un fiore.

E se è ben scoccata non vi è mai fine.

Uno spirito forte è come un fiume calmo in superficie

ma con potenza tremenda nascosta nelle profondità."

- Pensiero profondo e saggio del Gran Maestro nell'arte del Kyudo Anzawa Sensei -

La Saggezza dell'Arciere: YIN E YANG

Chang E e suo marito Hou Yi, il prodigioso arciere, vivevano durante il regno del leggendario imperatore Yao (2000 a.C. circa). Hou Yi era un valente membro della Guardia Imperiale che maneggiava un arco magico e scoccava frecce magiche.

Un giorno nel cielo apparvero dieci soli.

La gente sulla terra non riusciva più sopportare il caldo e la siccità che ormai continuavano da diversi anni.

L'imperatore decise allora di chiamare Hou Yi ordinandogli di tirare ai soli in soprannumero per eliminarli dal cielo e soccorrere così la popolazione.

Facendo uso della sua abilità, Hou Yi ne abbatté nove lasciandone solo uno.

La sua fama si diffuse, allora, fino giungere alla Regina Madre d'Occidente (Xi Wang Mu) nei lontani Monti Kunlun. Essa lo convocò al suo palazzo per ricompensarlo con la pillola dell'immortalità, ma avvertendolo così: "Non devi mangiare la pillola immediatamente.

Prima devi prepararti per 12 mesi con la preghiera e il digiuno".

Essendo un uomo diligente, egli prese a cuore il consiglio e iniziò i preparativi nascondendo, prima di tutto, a casa sua la pillola. Sfortunatamente fu chiamato d'improvviso per una missione urgente. In sua assenza, la moglie Chang E notò una luce fioca e un dolce odore emanare da un angolo della stanza. Una volta presa la pillola nella mano, non riuscì a trattenersi dall'assaggiarla. Nel momento in cui la ingoiò la legge di gravità perse il suo potere su di lei. Poteva volare! Non molto tempo dopo sentì suo marito ritornare e terrorizzata volò fuori della finestra. Arco e frecce in mano, Hou Yi la inseguì per mezzo cielo, ma un forte vento lo riportò a casa. Chang E volò dritta sulla Luna, ma quando arrivò ansimava così forte per lo sforzo compiuto che sputò l'involucro della pillola, la quale si tramutò istantaneamente in un coniglio di giada, mentre Chang E divenne un rospo a tre zampe.

Da allora vive sulla Luna respingendo le frecce magiche che il marito le tira. Hou Yi si costruì un palazzo sul sole ed essi si vedono il quindicesimo giorno di ogni mese.

    Chang E e Hou Yi, simboli rispettivamente della luna e del sole, sono divenuti espressione di yin e yang, negativo e positivo, buio e luce, femminile e maschile, ossia della dualità che governa l'universo

I FIGLI SONO COME FRECCE - di Kahlil Gibran -

 

E una donna che stringeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli

Ed egli rispose:

Sono lo strumento perfetto del divino: l’espressione vivente forgiato dal suo unico "pensiero".

E i figli sono le risposte che la vita dona ad ognuno di noi.

Sono loro l’essenza del vostro sorriso.

Sono sangue e carne della vostra carne ma non il vostro sangue e la vostra carne.

Loro sono i figli e le figlie della fame che la vita ha di se stessa.

 

 

Attraverso di voi giungono, ma non da voi.

E benché vivano con voi, non vi appartengono.

Affidategli tutto il vostro amore ma non i vostri pensieri:

Essi hanno i loro pensieri.

Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:

Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno. Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi:

La vita è una strada che sempre procede in avanti e mai si ferma sul passato.

Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono stati scoccati in avanti.

È l’Arciere che guarda il bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.

Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;

Poiché come ama egli il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco.

 ESCAPE='HTML'

LONGBOW: Arco Lungo Inglese

 ESCAPE='HTML'

L'arco è un'arma antica quasi quanto l'umanità stessa, ma subisce ben poche modifiche sino a dopo il 1000 d.C. Dopo l'invasione dell'Inghilterra da parte dei Normanni, che lo adoperano ancora nella versione corta e poco potente dei loro antenati Vichinghi e dei contemporanei dell'Europa occidentale, sono i Gallesi, grandi cacciatori e combattenti, a introdurne un tipo nuovo. Facile da fabbricare e poco costoso, necessitava, però di un complesso addestramento per essere maneggiato con precisione. Era molto affidabile, aveva una lunga gittata e, cosa da non sottovalutare, vantava un'elevata cadenza di tiro.

Il "longbow" era originalmente costituito da un listello di legno (solitamente tasso) lungo all'incirca quanto l'apertura delle braccia dell'arciere che doveva impiegarlo.

La misura standard era di circa 182 cm. L'utilizzo di quest'arma rimase limitato all'Inghilterra; in Francia, per esempio, si preferiva la balestra, ragione per la quale, quando apparve nella Guerra dei Cent'anni, creò il panico tra gli eserciti nemici. Si può dire che l'arco lungo non ebbe rivali e si dimostrò letale fino all'introduzione della polvere da sparo.

LA BALESTRA: Balestrieri Genovesi

 ESCAPE='HTML'

I balestrieri genovesi furono dei corpi scelti più celebri del Medioevo sia tra i ranghi degli eserciti della Repubblica di Genova che come mercenari al soldo delle più importanti potenze. Ebbero grande fama di affidabilità e precisione in particolare tra il XII e il XVI secolo, anche quando apparvero le prime armi da fuoco, distinguendosi in battaglie terrestri e navali.

Si racconta che fossero reclutati da ogni parte della Liguria e a Genova venissero sottoposti a un lungo addestramento per poter maneggiare un'arma così complessa.

Durante i combattimenti, venivano in genere sistemati in prima linea, perché le balestre, diversamente dagli archi, potevano tirare solo in linea retta. Quest'arma poteva colpire e uccidere soldati dotati di corazza a quasi 400 m di distanza, per cui era molto temuta, in particolare, dai cavalieri. La fase più delicata, durante gli scontri, era quella di caricamento perché richiedeva molto tempo; per questo era abitudine ripararsi dietro un grosso scudo oblungo, chiamato in gergo "pavese", piantato nel terreno o retto da uno scudiero.

Tra il 1337 e il 1453 la Francia e l'Inghilterra si affrontano nella "Guerra dei cento anni", conflitto dalle origini dinastiche e politiche. Alla morte del re di Francia Filippo IV il Bello, gli succedono i figli Luigi X, Filippo V e Carlo IV, tutti senza una diretta discendenza maschile. Un'assemblea di baroni e vescovi conferisce quindi la corona a Filippo VI, nipote di Filippo il Bello, ed esclude dalla successione le figlie dei precedenti sovrani.

Una è Isabella, figlia di Filippo il Bello, ma anche moglie di Edoardo II re d'Inghilterra.

L'Inghilterra tenta di penetrare con la sua influenza in alcune città della Fiandra e in Bretagna, e nel 1337 scoppia il conflitto quando, in risposta al tentativo di Filippo VI di sequestrare i feudi inglesi in Aquitania, Edoardo III d'Inghilterra, figlio di Isabella, si proclama re di Francia.

La guerra è favorevole agli inglesi nella prima fase con la battaglia di Sluys, combattuta sul mare nel 1340, in cui la flotta francese fu annientata da quella di Edoardo III d'Inghilterra.

Per questa circostanza, dopo di allora, il campo di battaglia sarà sopratutto in Francia con le vittorie di Crécy (1346), di Poitiers (1356) e con l'occupazione di Calais (1347); nella seconda fase (1369 - 1380) la Francia riesce a riconquistare quasi tutti i territori perduti in precedenza, ma la follia mentale del re Carlo VI e la guerra civile che scoppia nel 1407 permettono una nuova invasione degli inglesi di Enrico V nel 1415.

LA BATTAGLIA DI CRÉSY

HISTORY DOSSIER - Le Grandi Battaglie -  (da pag 106 a 109)

 ESCAPE='HTML'

Nel 1345 Edoardo III tentò d'Invadere la Francia attraverso la Normandia, ottenendo inizialmente alcune vittorie a Caen e a Blanchetaque.

Un piano francese per intrappolare le forze inglesi tra i fiumi Senna e Somme fallì, permettendo al nemico di marciare verso la guarnigione amiche nelle Fiandre, dove però non arriverà mai.

Il 26 agosto l'esercito inglese di Edoardo, braccato dalle truppe francesi, si trincerò su una collina pochi chilometri a ovest della cittadina di Crécy, nella Francia settentrionale.

Era un esercito anomalo per l'epoca: 7 mila arcieri, 5 mila lancieri, poco meno di 4 mila cavalieri e cinque cannoni. Tutto sommato una piccola armata, se paragonata alle forze di Filippo VI di Francia: 6 mila balestrieri genovesi, 12 mila cavalieri e circa 20-25 mila fanti. Gli inglesi, però, erano ben trincerati e avevano avuto tempo per preparare il terreno, alzando palizzate, scavando fossati e trappole per la cavalleria nemica. La loro strategia era piuttosto inconsueta: affidarsi ai loro arcieri dotati del potente "arco lungo". L'impiego del quale risultò una novità sui campi di battaglia europei, dove era assai diffusa la balestra, generando una vera e propria rivoluzione strategica. Filippo non aveva dubbi sull'esisto dello scontro e sottovalutò il nemico: non lesse bene il campo di battaglia e mandò all'attacco reparti provati da lunghe ed estenuanti marce nelle aree acquitrinose della regione, appesantiti dell'equipaggiamento e dalle salmerie. I balestrieri genovesi furono i primi ad aprire il fuoco. Le loro armi inzuppate dalla pioggia e dotate di una cadenza di fuoco inferiore a quella nemica si rivelarono inefficaci.

Furono surclassati dagli arcieri inglesi e, dopo pesanti perdite, dovettero ritirarsi.

Molti di loro finirono con l'essere travolti dall'accorrente cavalleria francese.

Filippo lanciò, quindi, nella mischia tutta la cavalleria schierata in linea con la fanteria a supporto. Furono tentati ben sedici assalti contro gli inglesi trincerati sul rilievo.

Tutto fu vano e la cavalleria fu letteralmente massacrata dalle frecce ancora prima di arrivare a contatto con la fanteria nemica. I fossati e le trappole rallentarono la carica francese che si trovò bersagliata su tutti i fronti. al calar della sera, seriamente ferito, Filippo fu costretto a ordinare la ritirata. fu una sconfitta disastrosa e umiliante per la monarchia francese, una sorta di suicidio collettivo nel nome di un ideale: la cavalleria.

La cronaca dello scontro verrebbe sminuita se non venisse citato un episodio che, se pur marginale, si rivelerà tra i più affascinanti e romantici di quel lungo giorno di agosto.
Ventiquattro ore dopo la fine della fine della battaglia, i soldati inglesi, perlustrando il campo alla ricerca di feriti, s'imbatterono nel corpo straziato, ma ancora in vita, di un cavaliere che fu riconosciuto come re Giovanni I di Boemia. Si dice fosse stato portato subito nella tenda di Edoardo III, ma inutilmente; morì dopo poche ore. Giovanni, cavaliere errante in gioventù, era già cieco da alcuni anni, quando il giorno dello scontro di Crécy apprese che i Francesi stavano perdendo. Si narra che, rivolgendosi ai suoi uomini, avesse detto, "Gentili signori, io vi prego caramente e per la fedeltà che mi dovete, di condurmi avanti nella battaglia in modo che possa morire per un colpo di spada".

Contro ogni logica sembra avesse indossato la sua armatura più sfavillante e si fosse fatto legare al suo cavallo migliore, per poi lasciarsi in una carica disperata da cui non aveva la minima intenzione di fare ritorno. Edoardo, colpito dal suo coraggio, volle a tutti i costi un'armatura come la sua per rendergli omaggio. Le perdite inglesi furono irrisorie se paragonate tra i 10 e i 30 mila caduti, di cui quasi 2 mila cavalieri. Ben undici nobili di Francia non fecero più ritorno e, tra loro, figurava anche Carlo II d'Alençon, fratello di Filippo VI.

LA BATTAGLIA DI CALAIS

- BATTAGLIE - di Paolo Cau - Giunti Editore (pag 91)

La città di Calais, affacciata sulla Manica, è assediata nell'agosto del 1346 da Edoardo III dopo la vittoria di Crécy. Il re di Francia Filippo VI va in soccorso della città con un forte esercito e riesce a prendere una fortificazione tenuta dagli assedianti; una delegazione francese viene inviata al campo inglese per sfidarli a battaglia campale.

Edoardo ha sbarrato con navi tirate in secca e armate con bombarde, balestre e archi, una delle due vie d'accesso alla città sulla costa coperta di dune; una seconda via - che passa per il ponte di Nieulay tra paludi e torbiere impraticabili - è presidiata dal conte di Berby con molti cavalieri e arcieri. La delegazione non può che constatare l'inattaccabilità delle posizioni inglesi e riferirne al re Filippo, che ordina ai suoi di levare il campo.

Durante la ritirata, gli inglesi sottraggono loro carri, cavalli, vettovaglie e prigionieri.

Il difensore di Calais, Giovanni di Vienne, consegna le chiavi della città a Edoardo, ottenendo la vita salva a tutti gli abitanti. L'assedio si conclude nel 1347.

LA BATTAGLIA DI MAUPERTUS

- BATTAGLIE - di Paolo Cau - Giunti Editore (pag 91)

Nel 1355, il Regno di Francia, dopo sette anni di tregua, è nuovamente invaso da un esercito comandato da Edoardo, Principe di Galles, detto il "Principe Nero", che devasta l'area della Loira. Il re francese Giovanni II, nell'intento di sorprendere e scacciarlo, lo raggiunge mentre tenta di ritirarsi a Bordeaux, presso Poitiers. Su un'altura dall'andamento disuguale e coperta da un'intricata vegetazione di fronte al villaggio di Maupertuis, il Principe Nero si fortifica con 6000 uomini circa tra cavalieri, arcieri e fanti. I Francesi, anche se alcuni cronisti parlano di 50000 uomini, sono più o meno pari per numero. Sta a loro attaccare, su un fronte particolarmente ristretto, in tre ondate o batailles mentre Giovanni, il sovrano, si tiene indietro con una riserva.

Un'avanguardia che tenta l'assalto dell'altura è massacrata dagli arcieri inglesi nascosti; la prima ondata, composta da cavalieri appiedati, si trova a procedere con difficoltà in mezzo ai fuggiaschi sino a che, attaccata sul fianco, deve risolversi a battere in ritirata.

La seconda bataille non riesce neanche a raggiungere il terreno dell'azione.

Re Giovanni attende il nemico a piè fermo in mezzo ai suoi cavalieri e si batte in prima fila, ma deve infine arrendersi e consegnarsi prigioniero.

LA BATTAGLIA DI AZINCOURT

- BATTAGLIE - Paolo Cau - Giunti Editore (da pag 85 a 91)

 ESCAPE='HTML'

Equipaggiamento dell'Arciere nella battaglia di Azincourt

L'11 agosto Enrico V sbarca nei pressi di Harfleur forte di 15000 soldati che, dopo circa due mesi e mezzo di campagna militare durante la quale scoppia anche un'epidemia di dissenteria, contano circa 6000 "superstiti".

Tra devastazioni e saccheggi gli inglesi sono determinati a puntare su Calais, ma la strada è bloccata dalle truppe francesi proprio nei pressi di Agincourt. Comandante francese è Carlo D'Albret, conestabile di Francia, che dispone del quadruplo degli effettivi inglesi, ma commetti subito un primo grave errore tattico incassando molte delle truppe nello stretto spazio tra due foreste.

Enrico V lo raggiunge il 24 ottobre 1415, si accampa per la notte e la mattina dopo schiera il suo esercito. Secondo il resoconto del cronista Enguerrand de Monstrelet, l'avanguardia francese è composta da 8000 cavalieri, da 4000 arcieri e balestrieri genovesi; altro corpi hanno compiti precisi, come contrastare i temuti arcieri inglesi.
La mattina del 25 lo schieramento inglese inizia a muoversi e gli arcieri, in prima linea, avanzano fino a circa 230 m dal nemico, piantano ciascuno nel terreno un palo con le estremità acuminate e lanciano le proprie frecce in alto con tiro curvo.

I francesi rispondono con Guglielmo di Saveuse che guida la carica della cavalleria (seguita dalla prima linea di truppe a piedi) destinata però a fallire nel suo intento di schiacciare gli arcieri: non solo è rallentata dal tereno fangoso, ma è condotta con un numero insufficienti di cavalieri - spesso fuori posizione - perché l'attacco inglese li ha colti di sorpresa.

I cavalieri che arrivano sugli arcieri inglesi si accorgono troppo tardi dei pali appuntiti e quindi vengono massacrati; inoltre, i cavalli francesi feriti e impauriti (quindi ingovernabili) nella fuga investono la prima linea delle unità a piedi, e il disastro francese è totale.

I francesi tentano un secondo attacco su tre colonne, ma presto sono intralciati dai fuggiaschi e dai cadaveri di uomini e cavalli che riducono la capacità di manovra, sotto il martellamento implacabile delle frecce inglesi e della cavalleria di Enrico V.

Le truppe di Carlo VI non possono neppure venir supportate dalla propria artiglieria perché gli arcieri e balestrieri non solo sono più lenti degli inglesi nel ritmo di lancio delle frecce, ma sono rimasti nelle retrovie in una posizione tale da non poter intervenire.

Quando i francesi raggiungono il nemico ormai la situazione è molto compromessa: gli inglesi hanno qualche cedimento, ma riescono a ricompattarsi e - favoriti dal terreno fangoso e dal caos che percorre lo schieramento nemico - neutralizzano anche il secondo attacco dei francesi, che vengono massacrati o fuggono rovinosamente. Potrebbe intervenire la retroguardia francese, intatta e composta da cavalieri, ma questa desiste alla vista della catastrofe e si ritira precipitosamente.

I francesi perdono circa 10000 uomini e lasciano nelle mani del nemico 1500 prigionieri, contro 1600 caduti inglesi. Viene respinto anche un terzo attacco disperato dei conti di Marle e di Fauquembergues, che muoiono sul campo con coloro che li hanno seguiti in questo estremo colpo di coda. Conseguenza della disfatta è la perdita per Carlo VI del trono francese: per alcuni anni Enrico V regnerà su Francia e Inghilterra, ma alla sua morte (1422) la questione dinastica sarà nuovo motivo di contrasto tra Francia e Inghilterra.

LA BATTAGLIA DI ORLÉANS

- BATTAGLIE - Paolo Cau - Giunti Editore (pag 91)

 ESCAPE='HTML'

Verso la fine del 1428, il Regno di Francia è allo stremo: il paese è quasi completamente occupato dagli inglesi i quali sostengono che il loro re Enrico VI - ancora bambino - ha diritto alla corona di Francia, mentre una fazione dell'aristocrazia francese sostiene il figlio di Carlo VI, che dovrebbe essere incoronato Carlo VII appunto, ma, al momento, non sembra troppo combattivo di fronte al nemico.

Una delle poche grandi città francesi non conquistata dall'esercito inglese è Orléans, che viene stretta d'assedio nell'ottobre del 1428 e attaccata con ogni mezzo, comprese le artiglieria a polvere da sparo divenute ormai d'uso comune. Alla corte di Carlo VII si presenta la giovanissima figlia di un proprietario terriero, Giovanna d'Arco, che si dichiara ispirata da Dio e chiama il e un suo esercito a una riscossa:

i soccorritori giungono sotto le mura di Orléans a fine aprile 1429 per unirsi ai difensori, stremati da sette mesi di blocco. La città viene rifornita, la guarnigione è rincuorata e, sotto la guida di Giovanna (beatificata nel XX secolo), si lanciano sanguinose sortite che decimano gli inglese assediati e i loro alleati. L'assedio è levato l'8 maggio.

Carlo diviene re e presto la Francia terminerà con successo la guerra contro gli inglesi.